Arte moderna e contemporanea

Collezione d’arte italiana del Novecento

Risale alla fine degli anni Settanta del secolo scorso l’idea di modificare la destinazione d’uso di Palazzo Ricci da edificio di rappresentanza della Cassa di Risparmio della Provincia di Macerata a vero e proprio spazio museale per ospitare quel primo nucleo di acquisizioni, già fatte dalla stessa negli anni precedenti, che darà avvio all’attuale collezione d’arte italiana del Novecento di proprietà della Fondazione Carima.
Oltre trecentocinquanta opere tra pittura e scultura italiana del XX secolo danno corpo alla raccolta, facendone un caso unico nel panorama del collezionismo privato di origine bancaria, tanto per la sua specificità quanto per gli artisti presenti in essa.

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Questi capolavori, una parte dei quali è in esposizione al Museo Palazzo Ricci, offrono un excursus attraverso i movimenti e i maggiori protagonisti dell’arte italiana del Novecento, che inizia idealmente con la scultura Ecce Puer di Medardo Rosso, figura di rilievo nel passaggio tra Ottocento e Novecento, che Umberto Boccioni, nel 1912, evidenziandone la portata rivoluzionaria, definisce: “il solo grande scultore moderno che abbia cercato di allargare l’orizzonte della scultura rendendo con mezzi plastici l’influsso dell’ambiente e gli invisibili legami atmosferici che lo legano al soggetto”.
Agli anni del soggiorno londinese (1905-1906) si deve la realizzazione del ritratto del giovane Alfred William Mond, commissionatogli dal padre Emil, nipote dell’industriale e collezionista Ludwig Mond, noto anche con i titoli di Portrait de l’enfant Alfred Mond e Enfant anglais.
Numerose le versioni esistenti dell’opera – circa quindici tra gessi, cere e bronzi – e proprio dal gesso, conservato al Museo Medardo Rosso a Barzio (LC), lo scultore torinese ha ricavato questo splendido esemplare in bronzo.
Dalla scultura di Medardo Rosso si passa ai grandi nomi del primo e secondo Futurismo – Umberto Boccioni, Gino Severini e Giacomo Balla – ai quali vanno ricondotte, rispettivamente, opere come Ritratto di donna (1909-10 c.), il cui perfetto equilibrio del tessuto cromatico e luministico, composto da pennellate irregolari, vorticose, brevi o scivolate, favorisce l’unione tra forma e spazio circostante. Nel dipinto si possono ravvisare alcune affinità stilistiche con altri ritratti realizzati dall’artista nello stesso periodo, in particolare con quello conosciuto con il titolo di Primavera (1909) o ancora di più con Ritratto della sorella che legge (1909); anche nel nostro caso, infatti, la giovane donna riprodotta potrebbe essere Amelia, sorella e musa ispiratrice del pittore. Tramonto con due covoni (1905), nel quale Gino Severini preferisce scrutare gli effetti della luce naturale, in particolare quella crepuscolare, sul paesaggio, coadiuvato anche dall’uso sapiente della tecnica del pastello. Linee-forza di mare (1919-1920), eseguito da Giacomo Balla all’indomani del ciclo Linee-forza di paesaggio (1917-1918), facente parte di un nucleo di dodici tele dello stesso formato, ispirate al tema del mare e delle vele.
Non meno interessante è la Natura morta con fruttiera e colomba (1914) di Ardengo Soffici, parte integrante del ciclo decorativo della “Sala dei manichini” per la casa di Bulciano (AR) dell’amico e letterato Giovanni Papini, che testimonia la profonda conoscenza dell’artista della poetica cezanniana e cubista, frutto dei suoi soggiorni parigini.
Al secondo Futurismo appartengono anche nomi della levatura di Fortunato Depero, Enrico Prampolini e Ivo Pannaggi. Proprio di quest’ultimo, artista eclettico nonché firmatario del celebre Manifesto dell’arte meccanica futurista, la raccolta presenta un nucleo di dodici opere che spaziano dagli esordi alla maturità, comprendendo anche il celebre dipinto dal titolo Treno in corsa (1922).
Echi futuristi trovano terreno fertile a Macerata che, nel corso di poco più di un decennio (1932-1944), vede la costituzione e l’attività del “Gruppo Futurista” o “Gruppo Boccioni”, con esponenti quali Bruno Tano, Umberto Peschi, Sante Monachesi, il giovane Wladimiro Tulli e tanti altri.
Il viaggio virtuale nella raccolta della Fondazione Carima prosegue col padre della Metafisica Giorgio De Chirico e suo fratello Alberto Savinio (Andrea De Chirico), presenti con un nucleo di sei opere, tra le quali spiccano Papera (1930-1931 c.) e Le Muse inquietanti (1950); tela, quest’ultima, nella quale si condensano i dettami della Metafisica, diventandone quasi una sorta di manifesto ideale.
L’esperienza metafisica attraversa altresì l’evoluzione artistica di Filippo De Pisis e Giorgio Morandi, che sono rappresentati nella collezione da opere della maturità. Il primo, infatti, è documentato con quattro dipinti, realizzati tra il 1934 e il 1949, di cui si segnala Ragazzo con cocò (1941) dove campeggia il fedele pappagallo che solitamente accompagnava l’artista; mentre la poetica del secondo si concretizza in Vaso di rose (1947) e Natura morta (1962).
Dalle fila del gruppo Novecento – proclamando a gran voce il “ritorno all’ordine” quale fondamento per un’arte che si richiami all’antichità, alla purezza e alla perfezione delle forme, così come all’armonia della composizione – spuntano artisti del calibro di Leonardo Dudreville, Primo Conti, Carlo Carrà, Mario Sironi e Arturo Martini. Tutti presenti con opere di grande qualità, come nel caso di Studio di carattere o Testa d’uomo (1921) di Leonardo Dudreville che, in sintonia con la Nuova Oggettività tedesca, sembra immergere la figura in una penombra fiamminga tanto da far risaltare con cruda veridicità le fattezze del volto.
A cavallo fra la cifra stilistica novecentista e reminiscenze metafisiche si colloca il dipinto Madre e figlio (1934) di Carlo Carrà, nel quale appaiono evidenti l’ascendente dei “primitivi” italiani (Giotto, Paolo Uccello, Piero della Francesca) e taluni chiari rimandi, nelle forme e nei volumi dei protagonisti, ai modelli di picassiana memoria degli anni Venti. L’artista offre un’interpretazione singolare dell’iconografia della maternità, priva di quell’intimismo che solitamente la caratterizza, poiché più interessato alla disposizione delle figure e degli oggetti e ai loro rapporti reciproci e con lo spazio circostante.
Alla fine degli anni Venti risale la costituzione di quella che Roberto Longhi definì la “Scuola di Via Cavour” (Scuola Romana), che trova i suoi promotori in Mario Mafai, Scipione (Gino Bonichi) e Antonietta Raphaël. Dal sodalizio dei tre prende avvio una pittura sensibile all’espressionismo europeo, visionario-simbolica, dai toni caldi e accesi, che infiamma ogni centimetro delle loro opere. I fondatori della “Scuola Romana” sono rappresentati nella raccolta da tele particolarmente significative, così come quel gruppo eterogeneo di artisti che ha animato la “seconda stagione” della stessa, che si estende sino a comprendere gli anni Trenta e il secondo dopoguerra. In particolare sei dipinti, tra i quali spiccano capolavori come La Piovra (I molluschi, Pierina è arrivata in una grande città, 1929) e Natura morta – Fichi spaccati sul tavolo (1930), e sette disegni documentano la breve ma intensa carriera artistica del maceratese Scipione, stroncato a soli 29 anni dalla tisi. Al tema della natura morta, appunto, reso attraverso una singolare prospettiva aerea, s’ispirano i dipinti menzionati. Il secondo, in particolare, raffigura le cinque metà del carnoso frutto disposte su una superficie dal rosso rovente; esse sono rappresentazioni pagane, residuati di riti magici ed esoterici, in cui i molluschi, le piume, le teste d’agnello mozzate, le carte da gioco o i medesimi fichi ossessivamente aperti come vagine, sembrano incubi di un condannato. La materia pittorica di questi quadri corrisponde alla perfezione con i soggetti: sontuosa e morbida, stesa sulla tavola in pennellate dense e vibranti, talvolta graffiata con il manico del pennello, fa pensare a una sorta di incontro erotico più che a una semplice descrizione di oggetti. Tanto nei ritratti quanto nelle scene bibliche e nelle nature morte il colore è protagonista assoluto: il grigio, il viola, l’ocra ma soprattutto il rosso, nelle sue molteplici sfumature, invade tutta la superficie pittorica debordando dai contorni e dissolvendo le forme e i volumi.
Passando attraverso gli esponenti del gruppo Corrente, capeggiato da Ernesto Treccani, la collezione maceratese prosegue dando ampio spazio alle ricerche non figurative tra le due guerre, che giungono nei decenni successivi ad esiti connessi ai linguaggi astratti e informali. Ne sono un esempio Atanasio Soldati e Mauro Reggiani, attivi negli anni Trenta intorno alla Galleria del Milione e poi nel Movimento Arte Concreta (1948-1958), Osvaldo Licini e il suo astrattismo lirico che sfocerà nella celebre produzione delle sue “Amalassunte”, mentre Sintesi (1950) di Piero Dorazio documenta l’attività del gruppo romano di Forma I.
L’informale trova i suoi massimi protagonisti in Lucio Fontana, con le opere Concetto spaziale (1958) e Concetto spaziale. Attese (1966), che testimoniano le sperimentazioni dell’artista prima nella serie degli “inchiostri” e poi nella celebre serie dei “tagli”, e in Composizione (1954) di Alberto Burri, vicina per tipologia e dimensioni alla serie delle “Pagine”, in cui il lembo di sacco utilizzato è oggetto di abrasioni, suture, strappi, bruciature e buchi, culminanti nella lacerazione verticale centrale in risposta ai ben noti “tagli”. Al movimento spaziale di Lucio Fontana si avvicinano artisti come Roberto Crippa, Gianni Dova, Tancredi Parmeggiani, Emilio Scanavino o Giuseppe Capogrossi presenti nella raccolta con opere tarde dalle svariate implicazioni informali.
Emilio Vedova, invece, dopo una prima fase legata alla figurazione, decide di esplorare le possibilità offerte da una violenta e drammatica pittura gestuale con influenze dell’Action painting, come documentato in Bombardamento a tappeto e in Fucilazione, entrambe del 1951.
Dai numerosi protagonisti della ricerca astratta e informale il percorso si snoda attraverso la Pop Art italiana con esponenti quali Mario Schifano, Tano Festa, Valerio Adami, Emilio Tadini, Lucio del Pezzo, Tino Stefanoni fino agli scultori Gino Marotta e Mario Ceroli.
La collezione infine è completata da un consistente nucleo di sculture che documentano le ricerche plastiche del XX secolo, dal già citato Medardo Rosso alle opere di Arturo Martini, Pericle Fazzini e Mirko Basaldella sino ai grandi protagonisti del dopoguerra, come Pietro Cascella, Edgardo Mannucci, i fratelli Pomodoro, Francesco Messina, Emilio Greco, Valeriano Trubbiani, Giuliano Vangi, Augusto Perez, Giacomo Manzù, Luciano Minguzzi e Umberto Mastroianni.